Il coraggio di essere vulnerabili: la forza che non ti hanno mai insegnato

Ti hanno detto che essere forte significa non avere paura. Ma se fosse vero il contrario?

Forse sei una persona brillante, determinata, capace. Eppure, qualcosa dentro di te resta bloccato. Una voce che ti trattiene, che ti spinge a nasconderti o a mostrarti sempre impeccabile. Una parte di te che teme profondamente di fallire, o di non essere mai abbastanza.
In terapia, questa voce la incontro spesso. La chiamo “protettiva”. Nasce dal bisogno antico di sicurezza, e il suo scopo è quello di evitare la ferita. Ma il prezzo da pagare, a lungo andare, è alto: perdiamo il contatto con la nostra autenticità, con il nostro desiderio, con il piacere di essere semplicemente noi.

Il paradosso del coraggio secondo le neuroscienze

Le neuroscienze relazionali ci mostrano qualcosa di rivoluzionario: il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di restare presenti nella paura, senza fuggire né attaccare. È un atto cerebrale e corporeo: l’amigdala si attiva, segnala una minaccia, ma la corteccia prefrontale può “mettersi in mezzo”, modulare, regolare, e scegliere.

Questa possibilità nasce nella relazione. L’attaccamento sicuro ci insegna a sostare nel disagio sapendo che non siamo soli. Non tutti abbiamo sperimentato questo tipo di attaccamento ma non è mai troppo tardi per regalarci una relazione sicura: magari con un amico o un’amica, un partner, o con il proprio terapeuta. Quando da adulti impariamo a coregolarci – con l’altro o con la nostra parte saggia – possiamo sviluppare quella che Sue Johnson chiama “base sicura interna” e allora ogni cambiamento diventa possibile, si espande la speranza e la fiducia nel mondo.

Dalla vergogna alla forza: il potere della vulnerabilità

Brené Brown, nel suo libro Osare in Grande, ci ricorda che ogni atto autentico nasce dalla vulnerabilità. I leader più coraggiosi, gli innovatori, gli artisti, i terapeuti più efficaci… sono quelli che hanno saputo mostrarsi. Che non hanno aspettato di sentirsi invincibili per agire, ma hanno agito anche sentendosi fragili.

“La vulnerabilità non è debolezza, è la nostra misura più accurata di coraggio.” – Brené Brown

In terapia, quando una persona riesce per la prima volta a dire “Ho paura. Ma ci provo lo stesso”, accade qualcosa di potente: si attiva una nuova via neurale. Una nuova possibilità.

Esempio clinico

Luigi, un menager e uomo brillante che ho seguito in un percorso EFIT mi raccontava quanto fosse difficile per lui delegare. “Se non controllo tutto, ho paura che qualcosa vada storto. E se qualcosa va storto, la colpa è mia. E se sbaglio, forse non valgo nulla.”
Sotto la perfezione, al di sotto di quella rigida corazza c’era la paura di non essere abbastanza, la paura di non essere degno di amore se non attraverso il raggiungimento del successo.”
Lavorando insieme, ha potuto accogliere quella parte impaurita, riconoscerla come un residuo antico. Ha iniziato a parlare con sé stesso come parlerebbe a un bambino ferito. Ha iniziato a fare piccole scelte imperfette. E si è sentito più libero.

Il cambiamento è una questione di allenamento

Ogni volta che ti mostri anche se tremi, ogni volta che scegli l’autenticità anziché la perfezione, ogni volta che dici “ho bisogno di aiuto”, stai creando nuovi percorsi cerebrali.
Stai allenando la tua capacità di stare con la vulnerabilità.
Stai diventando più forte, non meno.

Come iniziare?

Ecco tre spunti per praticare il coraggio quotidiano:
1. Nome alle emozioni: ogni mattina, prenditi 1 minuto per chiederti “come sto davvero?”
2. Condividi qualcosa di te con qualcuno di fidato, anche se piccolo.
3. Sii gentile con te quando fallisci: parla a te come parleresti a un bambino.

Una nota personale

Come terapeuta, vedo ogni giorno quanto il coraggio non sia un talento, ma una pratica. E quanto, una volta imparata, questa pratica rivoluzioni la vita.
Ricorda: la tua vulnerabilità non ti rende debole. Ti rende umano. E profondamente degno d’amore.

Ti è piaciuto questo articolo?

Iscriviti alla newsletter per ricevere ogni mese spunti su autostima, relazioni e autorealizzazione.
Scopri anche il mio video-percorso “I AM FLOW” per un cambiamento profondo, radicato e autentico.

Perché le relazioni possono farci male ma anche tanto bene

Le relazioni: il luogo dove tutto accade

Ci sono esperienze nella vita che ci cambiano in profondità. Le relazioni sono una di queste.
Sono il terreno più fertile — e più complesso — in cui impariamo chi siamo, quanto valiamo e come ci muoviamo nel mondo.
Come terapeuta e come donna, ho visto che nulla ci tocca tanto quanto il contatto umano: quello che ci guarisce o ci ferisce, che ci apre o ci fa chiudere.
La scienza oggi conferma ciò che l’esperienza clinica e l’intuizione umana hanno sempre saputo: le relazioni sono il principale regolatore del nostro cervello e del nostro corpo.
Secondo Daniel Siegel, psichiatra e padre della neurobiologia interpersonale, “la mente è intrinsecamente relazionale: si plasma nelle connessioni con gli altri”.
Ogni sguardo, parola o abbraccio lascia una traccia biologica in noi.

La chimica invisibile delle relazioni

Quando viviamo una relazione sicura, il nostro cervello rilascia ossitocina, l’ormone del legame e della fiducia; serotonina, che regola l’umore e favorisce la calma; e dopamina, che sostiene il piacere e la motivazione.
Questa miscela neurochimica crea un senso di benessere profondo e ci fa percepire l’altro come una “base sicura”.
Ma se ci sentiamo criticati, invisibili o rifiutati, il sistema cambia: il corpo produce cortisolo e adrenalina, ormoni dello stress che ci preparano alla fuga o all’attacco.
Come spiega Stephen Porges con la sua Teoria Polivagale, quando il nostro sistema nervoso percepisce minaccia relazionale, passa dalla connessione alla protezione.
In altre parole: non possiamo essere empatici e difensivi allo stesso tempo.

Perché le relazioni possono ferirci

Le relazioni ci fanno male perché toccano i nostri bisogni più profondi: essere visti, amati, accolti.
Quando questi bisogni vengono ignorati, si attivano antiche ferite — spesso risalenti ai primi legami di attaccamento.
Come insegna Sue Johnson, fondatrice della Terapia Focalizzata sulle Emozioni (EFT), “i conflitti di coppia non parlano mai di disaccordi sul contenuto, ma della paura di perdere la connessione”.
Ogni litigio, distanza o silenzio è, in realtà, una protesta d’amore: un tentativo (spesso goffo) di dire “ho paura di perderti, restami vicino”.
Eppure, più ci sentiamo vulnerabili, più tendiamo a difenderci — con il ritiro, l’aggressività o il controllo.
È così che nascono i cicli negativi che Johnson descrive: uno chiede vicinanza, l’altro si difende, e entrambi restano soli.

Ma le relazioni possono farci anche tanto bene

La buona notizia è che la neuroplasticità non si ferma con l’infanzia: il cervello adulto può riprogrammare le proprie risposte relazionali.
Relazioni sicure e consapevoli, come quelle che si costruiscono in terapia, possono letteralmente “riscrivere” il nostro sistema nervoso.
Quando qualcuno ci accoglie invece di giudicarci, il nostro corpo impara che può rilassarsi, che la connessione non è pericolosa.
È questo il cuore della psicoterapia relazionale: offrire un’esperienza nuova di contatto e fiducia che ripara quelle antiche.
Come terapeuta, ho visto persone che avevano paura dell’amore imparare a restare.
Ho visto chi aveva bisogno di controllo imparare a fidarsi.
Ho visto il cervello — e il cuore — cambiare attraverso la presenza sicura di un altro essere umano.

Le relazioni come palestra evolutiva

Ogni relazione ci offre un’opportunità evolutiva: diventare più integri, più autentici, più capaci di amare e lasciarci amare.
Quando iniziamo a riconoscere le nostre reazioni non come difetti, ma come strategie di sopravvivenza, nasce la compassione.
Da lì può iniziare un dialogo nuovo: più gentile, più umano, più vero.
La relazione allora non è più un campo di battaglia, ma un laboratorio di crescita.
È lo spazio in cui scopriamo che non c’è autonomia senza connessione, e che l’intimità non toglie libertà: la rende possibile.

La voce della maternità: quello che non ti hanno detto

Per mesi ho desiderato scrivere questo articolo, ma il tempo è diventato un bene prezioso che merita di essere centellinato e speso nella maniera più efficace che ci sia!

“L’articolo può aspettare” e ha aspettato 9 mesi, fino ad oggi che ho aperto gli occhi e ho sentito di avere conquistato nuovamente pezzetti di me che sono stati di Luce per giorni e mesi e, forse in parte, resteranno suoi per anni, ma oggi sento che lei è pronta a condividerli con me. Il tempo, per esempio lo stiamo condividendo in questo instante, lei sta scoprendo che c’è un nuovo mondo: il sottodivano! Lo osserva, mi guarda con i suoi occhioni grandi e pieni di sorpresa e ripete pap bapà pabà in attesa che qualcuno da lì sotto le risponda!

Tutto per lei è una conquista meravigliosa e anche per me!

Oggi, la mia conquista è dare voce alla maternità, una voce che merita di prendere spazio in un mondo in cui spesso viene soffocata.

La maternità è tante cose, tra cui cedere ai figli parti di sé che vengono maneggiate, masticate, ingoiate fatte proprie digerite e, poi lentamente restituite. Un po’ a brandelli si, ma ne è valsa la pena, perché quei pezzettini ceduti verranno trasformati in sguardi sicuri, strette di mano, espressioni curiose e coraggiose, bisogni, emozioni, richieste, paroline, e diventeranno tanto altro.

Mentre noi madri ricostruiremo i nostri brandelli, i nostri figli a partire da quei brandelli creeranno cose meravigliose.

Winnicott diceva che le madri sono un po’ matte, io ho potuto constatare che è proprio così, basti pensare che cediamo il nostro centro a qualcun altrә che costruirà se stessә a partire da quel centro! Il succo è che noi madri viviamo mesi alla deriva completamente decentrate e un po’ a brandelli.

Quanto amore ci vuole per fare questo? Quanto amore ci vuole per cedere un centro che per anni hai fortificato, curato e protetto? Quanto amore ci vuole per cedere un corpo dopo mesi e anni di addominali e squat, creme snellenti e trattamenti anti cellulite? Quanto amore ci vuole per non dormire per mesi e continuare inesorabilmente ad amare? Quanta fiducia in se e nel mondo ci vuole per credere che passerà, che tornerai a brillare e ad esser di nuovo donna oltre che madre?! Ci vuole infinto, infinito amore che cresce in un cuore che all’improvviso sembra duplicarsi, triplicarsi, quadruplicarsi!

Quando guardavo le altre madri, la mia per esempio essere, così amorevoli e generose mi dicevo che per me non sarebbe mai stato possibile: sono generosa si, ma ho una certa quota di amor proprio che per anni ho costruito insieme ad uno spirito di autoconservazione notevole!

E invece all’improvviso ecco la metamorfosi: smettiamo di essere donne per trasformarci in madri e poi diventare nuovamente donne e restare pure madri e alla fine arrivano i superpoteri!!!

La riconquista di me donna, è un processo lento, di cui osservo ogni step: nei mesi ho ripreso a guardare con tenerezza e amore il mio corpo che sottovoce mi ha ricordato di aver bisogno di me, del mio sguardo e delle mie carezze. Ho ripreso ad andare al cinema con le mie sorelle amiche, ho ripreso a fare yoga e pure a meditare, e io e Angelo abbiamo scelto di dedicarci una cena romantica al mese! Angelo è il Mio Angelo, oggi il nostro Angelo, padre, compagno di gioco e infinito amore di Luce.

Ogni giorno mano nella mano cresciamo tutti e tre insieme e questo mi permette di riconquistare pezzetti di di me con sicurezza e fiducia!

Stiamo crescendo insieme, me ne accorgo quando nel suo sguardo vedo il nostro, quando contattiamo la sua energia e la nostra vibra all’unisono, e anche da questo nostro istante condiviso mi accorgo che stiamo crescendo insieme, mentre lei scopre il sottodivano io do voce alla maternità.

Sì perché oggi la mia maternità a distanza di mesi ha una forma, una coscienza e una voce.

Racconta di di essere arrivata a gamba tesa per essere accolta dal nostro amore infinito, già una volta promotore di rinascita, la mia rinascita.

Racconta di averlo messo a dura prova questo amore, perché la maternità non è solo nascita è anche confusione, stanchezza, paura, sonno, gonfiore, perdita di confini, nuova forma, pienezza, vuoto e solitudine, tutto mischiato ad infinito amore. In questa miscela di emozioni contrastanti e sentimenti fagocitanti io ho sentito spesso i miei rami piegarsi, talvolta rompersi eppure le radici non mi hanno abbandonata, quelle le ho ritrovate lì ancorate a madre terra. Nel buio delle notti insonni ho ringraziato i miei fari nel buio, gli anni di lavoro su me stessa e ho ringraziato l’amore, linfa vitale.

L’amore, lo mangerei a colazione per quanto mi piace, in tutte le sue forme, verso me stessa, verso il mondo, verso il cielo, verso il mare e verso le persone tutte.

La maternità è intrisa d’amore in ogni sua forma, e genera vortici di emozioni, pensieri, parole e lacrime. E regala verità e pace: io da quando sono madre non ho più tempo né energia per inseguire progetti che non sposo, per discutere di cose che non sono importanti né per chiedermi se quel che faccio è giusto. In un abbraccio c’è più calma che in qualsiasi altra scelta giusta, è nell’abbraccio che si scioglie il dolore, la confusione, la paura.

Cosi ho fatto finalmente la pace con la mia imperfezione, si sono imperfetta, perché nel 99% dei casi non so cosa fare e spero che quello che scelgo di fare funzioni, e se non funziona allora domani aggiusto il tiro e so che andrà meglio. Da quando ha abbandonato la perfezione, e ho cullato per ore, e ho partorito una creatura meravigliosa, ho allattato notte e giorno per mesi e ho scoperto che ogni mia cellula sa cos’è la CURA, allora ho avuto la conferma che posso farcela e realizzare ciò che desidero!

Anche voi donne tutte, perché al di là di essere o meno mamme, ognuno di noi ha questa enorme quantità di energia, cura, forza e potere nel cuore! Io ce lo avevo anche prima, non la vedevo nitidamente come oggi eppure so bene che è sempre stata lì, nel mio centro!

Per mesi ho desiderato scrivere questo articolo ed eccolo qua! Nasce dal desiderio di condividere con voi che possiamo essere imperfette, piangere di stanchezza e solitudine, chiedere aiuto, sentire la nostalgia per quell’antico corpo banale eppure improvvisamente meraviglioso, per la spensieratezza di notti lunghe giorni interi.

Che nel tempo possiamo riprenderci pezzetti di noi e ricominciare ad esser donne oltre che madri.

E che è tremendamente faticoso, lamentarsi è legittimo!

Che ogni emozione e ogni pensiero è legittimo, anche i più bui. Hanno il diritto di esistere e l’amore per i nostri figli  non risente affatto della loro presenza, piuttosto cresce e si alimenta di autenticità e lealtà.

Tutto l’amore che abbiamo e doniamo è ciò che basta!

E ricordate di chiedere aiuto a professionisti e non solo, celebrate e lodate l’imperfezione e concedetevi la possibilità di affidarvi a chi può esservi di supporto.

Se avete domande o condivisioni, io sono qui, non vedo l’ora di ascoltarvi!

 

Presentazione del libro “Psiconeurochimica”

Psiconeurochimica è un saggio che nasce dal desiderio di testimoniare l’integrazione di due scienze apparentemente distanti eppure profondamente correlate: la psicoterapia e la chimica.
All’interno della cornice di riferimento dell’attaccamento gli autori mostrano come la chimica cerebrale, le emozioni e il processo psicoterapeutico hanno un comun denominatore: il potere evolutivo e correttivo delle relazioni che, quando sane e funzionali, promuovono lo sviluppo neurale, sociale, cognitivo ed affettivo.
La ricerca negli anni ha infatti confermato che il legame di attaccamento viene considerato la strategia di sopravvivenza essenziale più intrinseca per gli esseri umani: una connessione fisica ed emotiva prevedibile con una figura di riferimento (amico, partner, guida spirituale, psicoterapeuta) calma il sistema nervoso e lascia che la mente generi la rappresentazione di “rifugio sicuro”, dove si raggiunge una regolazione emotiva (S.Johnson, 2019). A rendere possibile il legame e lo scambio tra i neuroni sono i neurotrasmettitori, messaggeri chimici endogeni; per noi umani ci sono invece le relazioni. La relazione genitore- bambino, la relazione tra i partners, e quella tra paziente e terapeuta sono esempi di relazioni significative che, se sane e funzionali rappresentano i catalizzatori di evoluzione e crescita neurale, emotiva, cognitiva. Nello specifico il percorso psicoterapeutico e l’interazione autentica, non giudicante ed empatica tra terapeuta e paziente, rappresentano un’esperienza relazionale emotiva correttiva che stimola la crescita neuronale del paziente e ne promuove lo sviluppo sociale ed emotivo. I processi di sintonizzazione affettiva che si instaurano tra i paziente e il terapeuta favoriscono lo sviluppo di capacità di co-regolazione emotiva e il movimento verso integrazione, consapevolezza e benessere.

Il libro è stato presentato al pubblico il 3 aprile 2023.
psiconeurochimica-neurochimica-delle-emozioni-relazioni-psicoterapia-integrata-libro

Crisi di coppia: guarire le relazioni con le emozioni

Cos’è una crisi di coppia e come riconoscerla

Ci si dimentica di rivolgere lo sguardo, il tempo e l’attenzione a quello che una relazione sentimentale, per sua natura, implica e richiede: amore, vicinanza, cura e presenza verso se stessi e verso l’altro.
Eppure i problemi di coppia sono spesso dovuti alla paura di perdere se stesso e l’altro all’interno della relazione: la disconnessione emotiva e l’assenza di comunicazione profonda rispetto al proprio sentire, ai propri bisogni primordiali di “attaccamento”, incrementano il senso di pericolo e l’isolamento.

Si generano, perciò, interazioni e comportamenti negativi che, a loro volta alimentano l’attaccamento insicuro. Ed è proprio l’attaccamento insicuro la principale causa della disconnessione emotiva, così il ciclo ricomincia, si alimenta, si irrigidisce e i partners finiscono per comunicare solo attraverso litigi, offese o segni di allontanamento.

Ma cosa si intende per attaccamento?

L’attaccamento, insieme con le emozioni a esse associate, è la caratteristica peculiare di base delle relazioni intime. Bowlby, ideatore della teoria dell’attaccamento, ha sempre sostenuto che l’attaccamento fosse una relazione lunga tutta la vita; tutta la vita infatti, è presente un profondo desiderio di attenzione, di responsività emotiva e di interesse da parte della figura di riferimento, della persona significativa.

Infatti, la presenza della figura di attaccamento, che  spesso coincide con genitori, figli, coniugi e persone amate, offre conforto e sicurezza, mentre l’inaccessibilità percepita di tali figure, crea disagio.

Quindi, il legame di coppia, in quanto legame di attaccamento implica:

  • Il bisogno di essere e sentirsi amati
  • Il bisogno di fiducia da riporre nel partner con la certezza che nei momenti del bisogno sarà al nostro fianco
  • Avere e ricevere: Accettazione, Comprensione Empatia, Riconoscimento, Validazione, Protezione e una base sicura.

Quando in una relazione si può parlare di base  sicura? 

Il concetto di base sicura, rielaborato da Bowlby sul finire degli anni ’60, si riferisce ad un ambiente che permette di sentirsi pienamente protetto ed accettato; introdotto nell’ambito della relazione madre- bambino e esteso nell’ambito delle relazioni amorose, questo concetto, permette di sentirsi sostenuto, di rimanere solo con se stesso e di esplorare il mondo circostante senza timore. Come abbiamo visto, infatti, l’amore romantico tra adulti è un legame di attaccamento: la necessità di stabilire una connessione emotiva prevedibile, sicura, è un bisogno innato e  primario dell’essere umano o perciò non ha età.

La presenza di una base sicura incoraggia l’esplorazione , promuove la fiducia per rischiare , apprendere, e aggiornare continuamente i modelli di sé, degli altri e del mondo. L’attaccamento sicuro, rafforza l’abilità di prendere le distanze e riflettere su se stessi, sul proprio comportamento e sui propri stati mentali (Fonagy e Target, 1997).

Quando un rapporto di coppia offre un senso di sicurezza, una base sicura, allora si è in grado di affrontare stress e difficoltà in maniera positiva e le relazioni tendono, perciò, ad essere più felici, più stabili, e più soddisfacenti.

La vicinanza a una persona amata inoltre, tranquillizza il sistema nervoso, è un antidoto alle ansie della vita. I pazienti ansiosi e depressi, infatti, traggono estremo beneficio dall’esperienza di connessione supportiva che una relazione più amorevole è capace di offrire.

Ne segue che non esiste né una completa indipendenza né una completa iper-dipendenza dagli altri (Bretherton e Munholland, 1999), esistono solo dipendenze efficaci e dipendenza inefficaci, la prima favorisce autonomia e fiducia in se stessi. 

Infatti, in base agli studi effettuati, è proprio quando sappiamo di potere contare su qualcuno che ci esponiamo di più a rischi e cambiamenti buoni per noi.

Cresce quella che viene chiamata ansia da separazione, che genera angoscia.

A questo punto vengono messe in atto delle strategie per placare l’angoscia, strategie disfunzionali che finiscono per aumentare la distanza tra i partner:

  • Alzare la posta con atteggiamenti ansiosi “Ti costringerò a rispondermi
  • Calmare i bollenti spiriti con atteggiamenti distanzianti: “Non mi interessa affatto!
  • Esprimere ansia ed evitamento in contemporanea: “Non ti avvicini mai a me! Allontanati!

Si innescano, dunque, dei processi automatici difensivi che portano a quella che può essere definita un’escalation di offese, litigi, atteggiamenti distanzianti.

Ed è nuovamente la teoria dell’attaccamento che ci aiuta a capire il peso che sta dietro a ferite emozionali quali rifiuto, abbandono percepiti da parte di una persona cara.

Infatti, quando una figura di attaccamento  mostra un atteggiamento distanziante  o di rifiuto, sia bambini, sia adulti, diventano ansiosi, preoccupati e incapaci di concentrarsi ed esplorare l’ambiente  circostante.

E allora come guarire la relazione di coppia?

Portando il focus dell’attenzione dei partner sull’emozioni proprie e reciproche come la terapia focalizzata sulle emozioni ci insegna (Greenberg e Jonson, 1985). Innanzitutto da quanto sopra esposto, emerge che guarire una relazione permette di guarire anche il singolo individuo, la Terapia Focalizzata sulle Emozioni (EFT), sottolinea, infatti, proprio il potere della coppia come fonte di benessere relazionale e individuale. Supportato da diversi studi,  tale approccio evidenzia il potere curativo del legame di attaccamento tra adulti, come calmante del sistema nervoso. La terapia focalizzata sulle emozioni, quindi, non solo aiuta a “guarire” la relazione d’amore, ma crea relazioni che guariscono.

Guarire le relazioni con le emozioni implica  ri-creare una connessione emotiva tra i partners della coppia,  l’espressione emotiva e la responsività emotiva  sono, infatti, i mattoni fondamentali di un attaccamento sicuro. Essi permettono di abbassare il livello di ansia di abbandono e di esprimere bisogno di vicinanza e di accessibilità del partner. Rivelare le emozioni chiave e usarle per innescare nuove reazioni nel partner, è il cuore del cambiamento nella terapia focalizzata sulle emozioni.

Per fare questo è necessario sostituire le conversazioni e gli atteggiamenti  reattivi con conversazioni e atteggiamenti più profondi, che consentono di esprimere la vulnerabilità (Johnson, 1996).

Gruppo di evoluzione e crescita

Il gruppo fornisce il contesto in cui si realizzano la socializzazione e la formazione lo sviluppo della personalità.

Senza il gruppo l’individuo non può emergere dalla massa dell’umanità e senza l’individuo il gruppo è solo un’altra massa amorfa di materia vivente” (Benson, 2009).

Perchè dovrei partecipare al gruppo di crescita?

Il nostro obiettivo è fornirvi  uno spazio protetto, in cui esprimere liberamente sentimenti e vissuti, in cui scoprire parti della vostra personalità sommerse e in cui prendere consapevolezza delle dinamiche con “l’altro”.

Ascoltando gli altri, ascolterete voi stessi e le vostre emozioni. Nel gruppo avrete  la possibilità di  osservare e comprendere meglio le vostre modalità relazionali, potrete  dedicarvi del tempo e prendervi cura di voi stessi e scoprire modi di comunicare con gli altri in modo efficace.

Qual è lo scopo del gruppo?

Lo scopo è il raggiungimento di una maggiore consapevolezza delle dinamiche interne e delle risorse personali e  interpersonali,  per migliorare la qualità della propria vita e delle proprie relazioni.

Come funziona?

Ogni partecipante ha l’opportunità, se lo desidera, di effettuare un proprio lavoro individuale all’interno del gruppo; nel corso di tale lavoro esplorativo la persona è supportata dal conduttore e può avvalersi della collaborazione degli altri componenti che, se vogliono, possono accettare dietro richiesta di contribuire al lavoro.

Qual è la durata e la frequenza del gruppo?

Gli incontri di gruppo avranno una durata di  2 ore e  cadenza quindicinale secondo un calendario prestabilito.

Come affrontare l’ansia in modo efficace

Quando l’ansia è un problema?

Innanzitutto non è detto che l’ansia sia sempre negativa, è piuttosto una reazione normale e fisiologica dell’individuo quando è sottoposto a stress.
Essa ci aiuta a superare ostacoli e situazioni difficili spronandoci a mantenere alta la concentrazione e l’attenzione.

Ansia e Paura sono fondamentali per la nostra sopravvivenza, agiscono in modo automatico, proteggendo il soggetto, mettendolo in guardia da pericoli e predisponendolo a scappare o a combattere. In condizioni di pericolo e di difficoltà il nostro corpo si prepara a proteggersi producendo e rilasciando ormoni.

Per questo motivo nelle giuste circostanze una reazione di paura può salvarci la vita.

Allo stesso modo, l’ansia ci aiuta ad individuare minacce future e a premunirci contro di esse, progettando ipotetici scenari nei quali potremmo essere coinvolti e, in quel caso, dovremmo affrontare la situazione temuta. Come infatti ci insegna la legge di Yerkes e Dodson (1908), un giusto grado di ansia ci permette di essere più performanti rispetto a quando siamo tranquilli.

Quando l’ansia da adattativa diventa patologica?

Quando, almeno apparentemente, non è individuabile un vero e proprio oggetto ( persone, cose o situazioni) che innesca nel soggetto la risposta ansiosa.

Il battito cardiaco aumenta, aumenta la concentrazione per affrontare la minaccia e si mette in atto l’attacco o la fuga, eppure non è presente un pericolo reale!

Nel dettaglio, la sintomatologia ansiosa, che si manifesta con maggiore gravità nel Disturbo di Panico, comprende: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, aumento della sudorazione, tremori fini o a grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento, brividi o vampate di calore, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o “impazzire” e paura di morire.

Come affrontare l’ansia: i suggerimenti di una psicologa

Il trattamento dell’ansia nell’ambito delle psicoterapie cognitivo-comportamentali comporta l’eliminazione o la riduzione del sintomo, e successivamente il raggiungimento di un adeguato adattamento dell’individuo all’ambiente.

Il trattamento per la cura dell’ansia prevede un lavoro di ricerca e valutazione delle aspettative e degli schemi cognitivi abituali e di una conseguente ricerca di schemi alternativi e più funzionali (Bracconnier, 2003).

Un approccio integrato, porta il paziente a ricercare le reali cause che stanno alla base delle  sue manifestazioni ansiose.

Cause sommerse, non facili da rintracciare senza il supporto di un professionista il cui compito è quello di accompagnare il paziente verso un percorso volto alla scoperta di come affrontare l’ansia, alla conoscenza di se stesso, e di aiutarlo a a migliorare la capacità di tollerare, affrontare e accettare l’inevitabile incertezza della quotidianità (Dugas & Robichaud, 2007).

Come uscire da una dipendenza?

Innanzitutto la dipendenza non è detto sia sempre patologica. Di per se’ un processo naturale, caratterizza una fase del ciclo di vita durante la quale garantisce la sopravvivenza.

Se prolungata oltre il suo tempo naturale genera malessere, in tal caso si parla di dipendenza patologica. Prima di vedere come uscire da una dipendenza, vediamo cos’è una dipendenza.

Cos’è una dipendenza patologica?

“E’ una forma morbosa caratterizzata dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento, caratterizzato da uno stato mentale di incoercibilità e dal bisogno coatto di essere reiterato con modalità compulsive.” (Caretti, La Barbera, 2005)

Ciò che caratterizza una dipendenza patologica è perciò:

  • il malessere
  • l’abuso dell’oggetto della dipendenza
  • il pensiero ossessivo e attrattivo verso tale oggetto
  • la compulsione a ricercare e consumare l’oggetto della dipendenza nonostante questo sia pericoloso.

Alla base di questi processi c’è uno specifico meccanismo: la ricerca del piacere!

L’impossibilità di provare piacere, avvertita dai pazienti dipendenti, è tale da spingerli verso una costante ricerca dell’oggetto della dipendenza che sembra essere la loro unica fonte di piacere, l’unico sollievo da un dolore che vivono come infinito e incontenibile.

Perchè l’oggetto della dipendenza crea piacere?

La risposta a questa domanda è nell’attivazione di un meccanismo neurocognitivo: il Brain’s reward system, che è un sistema di rinforzo del piacere presente nel nostro cervello e che unisce il Nucleo Accumbens, l’Amigdala, e l’Ippocampo.Tutte aree che si attivano nella prima fase della dipendenza e che sono le responsabili della ricerca costante dell’oggetto della dipendenza. Ciò che si verifica in questa specifica area, in seguito all’assunzione della sostanza o l’attuazione del comportamento da cui si dipende, è una maggiore rilascio di dopamina e di serotonina, neurotrasmettitori motivazionali e legati alla sensazione di piacere. Quest’area risulta essere molto attivata nei pazienti dipendenti.

A ciò si aggiunge il meccanismo cognitivo del Craving, lo stato di ansia e di bisogno compulsivo che si generano quando non si è in possesso dell’oggetto della dipendenza, seguite da un pensiero ossessivo e una compulsione a ricercare l’oggetto.

Perchè parlare di oggetto della dipendenza e non di sostanza?

Oltre alle dipendenze da sostanze quali: sostanze stupefacenti, alcol, doping/integratori, sigarette, farmaci, caffè.

È importante prendere in considerazioni altre forme di dipendenza che non hanno per oggetto una sostanza:

Dipendenze comportamentali: gioco d’azzardo, dipendenza da shopping, dipendenze da sport (come obligate runner, fitness, gymaholic), dipendenza da lavoro (workaholic), dipendenze da internet (Gaming disorder, Cyber-Relationship, Social Network, Cybersex), dipendenza da sesso, disturbi alimentari (Anoressia, Bulimia, Binge Eating, Ortoressia nervosa), Dipendenza affettiva: (Love Addiction) e altre ancora.

Ognuna di queste forme di dipendenza è accomunata dai fattori sopra descritti: i fattori comuni.

Cosa può essere utile ad un paziente con una dipendenza?

Innanzitutto la comprensione empatica accompagnata da una buona conoscenza delle dinamiche che sottendono lo sviluppo delle dipendenze Questo permette di provare un’autentico rispetto verso il vissuto altrui e di sostenere l’altro senza svalutazioni né alcuna forma di giudizio.

Mai dimenticare il legame tra la dipendenza e il piacere, è perciò utile offrire delle modalità alternative che permettano di scoprire e provare altre fonti di piacere.

Dipendenza, come uscirne? La risposta è nel tenere a mente che l’evoluzione della dipendenza, nel ciclo di sviluppo individuale è l’interdipendenza: dipendere l’uno dall’altro in maniera sana. Questa prevede la nascita, la cura e la fortificazione di una noità (IO-NOI-TU), uno spazio in cui passare dall’autonomia alla dipendenza in modo funzionale. Il setting terapeutico è uno spazio protetto, all’interno del quale creare e coltivare l’intersoggettività attraverso un lavoro cliente-terapeuta condiviso, basato su una continua risintonizzazione reciproca e su un percorso di crescita ed evoluzione che si fonda su:

Alleanza, Accettazione reciproca, Potenziamento dell’autostima, Socializzazione protetta non giudicante, Autorealizzazione e Libertà di essere e di agire.